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28 luglio 2014 06:02

L’istituto della occupazione acquisitiva è stato espunto dall’ordinamento italiano – questioni in materia di risarcimento del danno

Segnaliamo anche questo interessante passaggio della sentenza del TAR Veneto n. 995 del 2014: “4.2 Sempre dalla pronuncia del Tribunale di Venezia è possibile evincere che, ancora, nel successivo quinquennio dall’immissione in possesso non era stata decretata l’espropriazione definitiva e, ciò, pur essendo stata realizzata l’opera stradale con irreversibile trasformazione del suolo comportante la perdita della proprietà.

4.3 Le domande di risarcimento riconducibili all’avvenuta acquisizione in proprietà da parte dell’Anas presuppongono, tuttavia, la perdurante efficacia nel nostro ordinamento dell’istituto dell’occupazione acquisitiva, che però è stato espunto sia, a seguito dell’intervento della Corte europea dei Diritti dell’Uomo sia, ancora, in conseguenza dell’entrata in vigore del’art. 42 bis, D.P.R. n. 327 del 2001. 

4.4 A questa conclusione, induce, altresì lo stesso art. 42-bis del D.P.R. 8 giugno 2001, n. 327, aggiunto dall’art. 34, primo comma, del D.L. 6 luglio 2011, n. 98, convertito in L. 15 luglio 2011, n. 111, norma che, anche con riguardo ai fatti anteriori alla sua entrata in vigore, disciplina le modalità attraverso le quali, a fronte di un’utilizzazione senza titolo di un bene per scopi di pubblico interesse, è possibile pervenire ad un’acquisizione non retroattiva della titolarità del bene al patrimonio indisponibile della pubblica amministrazione e, ciò, sotto condizione  sospensiva del pagamento, al soggetto che perde il diritto di proprietà, di un importo a titolo di indennizzo, nella misura superiore del dieci per cento rispetto al valore venale del bene (in questo senso Cass. civ., Sez. II, 14 gennaio 2013, n. 705).

4.5 E’ stata proprio l’interpretazione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ad eliminare ogni possibilità di individuare sistemi di
acquisizione che miravano ad individuare fatti o comportamenti (e quindi l’avvenuto completamento dell’opera pubblica o la richiesta del solo risarcimento come momento abdicativo implicito della proprietà) idonei a sostituire i sistemi legali di acquisto della proprietà.

4.6 Il venir meno dell’istituto dell’occupazione acquisitiva comporta che l’Amministrazione può diventare proprietaria dell’area o con un provvedimento di acquisizione sanante ai sensi di quanto previsto dall’art. 42 bis, d.P.R. n. 327 del 2001, o in conseguenza di una cessione volontaria o, ancora, con l’emanazione di un provvedimento di esproprio (in questo senso T.A.R. Toscana sez. III del 29/11/2013 n. 1655 e Consiglio di Stato sez. IV del 29/08/2011 n. 4833).

4.7 Detta ultima circostanza si è verificata nel caso di specie, laddove in particolare il decreto di esproprio non è stato nemmeno impugnato dalla parti ricorrenti, con conseguente formarsi del relativo giudicato per quanto attiene la quantificazione dell’indennità di esproprio ivi prevista.

4.8 Ne consegue che vanno rigettate le richieste di risarcimento del danno correlate al venire in essere dell’occupazione appropriativa e del relativo danno presumibilmente verificatosi.

5. Va respinta, altresì, sia la richiesta di risarcimento del danno “non patrimoniale” in quanto non è stata addotta alcuna prova circa il venire in essere dei presupposti idonei a configurarne l’esistenza sia, ancora, la richiesta di risarcimento correlata al presunto deprezzamento del fondo residuo.

5.1 In relazione a detta fattispecie va, peraltro, rilevato che anche il CTU nel corso del giudizio innanzi al Tribunale di Venezia, ne aveva rilevato la sua infondatezza, ritenendo che detta fattispecie doveva ritenersi inclusa nella valutazione complessiva dell’area non edificabile.

6. Se quindi non può essere risarcito il danno da perdita della proprietà, in quanto il diritto dominicale era rimasto in capo al ricorrente sino all’emanazione del decreto di esproprio, è possibile giungere a conclusioni differenti per quanto attiene la richiesta di risarcimento correlata al mancato godimento del bene.

6.1 Si è, infatti, affermato (Cons. Stato Sez. IV, Sent., 28-02-2012, n. 1130) che “l’unica domanda risarcitoria accoglibile è quella relativa all’illegittima occupazione dei suoli per il danno riferibile all’arco temporale compreso tra l’immissione nel possesso dei medesimi e l’emanazione del decreto di esproprio”.

6.2 Il danno in questione deve, allora, essere liquidato in misura pari agli interessi moratori sul valore di mercato del bene per ciascun anno del periodo di occupazione, con rivalutazione e interessi dalla data di proposizione del ricorso di primo grado fino alla data di deposito della presente sentenza (Cons. Stato, Sez. IV, 1 giugno 2011, n. 3331).

6.3 Detto risarcimento deve operare con riferimento al momento in cui l’occupazione dell’area privata è divenuta illegittima e, quindi, dal momento in cui è avvenuta la prima apprensione del bene e, ciò, sia nell’ipotesi in cui l’intera procedura espropriativa sia stata annullata sia, ancora, se – come è avvenuto nel caso di specie, l’immissione nel  possesso sia avvenuta dopo la scadenza del termine previsto nel decreto di occupazione d’urgenza, sino al definitivo trasferimento della proprietà posto in essere dal decreto di espropriazione sopra citato.

6.4 Sul punto si condivide infatti l’opinione di parte ricorrente che individua detto dies a quo nell’avvenuto decorso del termine per operare una legittima immissione nel possesso, termine che, pertanto, è possibile far coincidere con la materiale occupazione dei beni avvenuta in data 24 Marzo 1992.

6.5 In relazione al termine finale, questo deve essere individuato nel momento in cui il decreto di esproprio è risultato idoneo a produrre i suoi effetti, consentendo l’acquisizione della proprietà.

6.6 Per quanto attiene il quantum del risarcimento è possibile applicare, condividendone le conclusioni, quanto già deciso in un’analoga pronuncia (T.A.R. Basilicata Potenza Sez. I, 22-10-2013, n. 632), facendo luogo ad una valutazione equitativa ai sensi degli artt. 2056 e 1226 del codice civile che, in quanto tale, prende atto dell’avvenuta quantificazione del valore venale del bene disposta con il provvedimento di esproprio del 31 maggio 2002, calcolando su detta somma la percentuale del cinque per cento annuo, in linea con il parametro fatto proprio dal Legislatore con l’art. 42- bis, comma 3, d.P.R. n. 327/2001.

7. La richiesta di risarcimento per mancato godimento è, pertanto, accolta e per l’effetto si condannano le attuali parti resistenti a
corrispondere alla ricorrente la somma così calcolata e con riferimento al periodo di tempo che intercorre dal 24 Marzo 1992 sino all’avvenuta pubblicazione del decreto di esproprio. 

7.1 Detta somma, costituendo debito di valore (Cass., I, 4.2.2010, n. 2602), dovrà essere rivalutata secondo l’indice ISTAT dei prezzi al consumo, mentre sulle somme anno per anno rivalutate dovranno, altresì, essere corrisposti gli interessi legali fino alla data di deposito della sentenza.

7.2 Le somme così quantificate devono considerarsi dovute sia dall’Anas Spa che dalla Società Campenon bernard SGE in regime
dell’applicazione del principio di solidarietà passiva e, ciò, sulla base delle argomentazioni che hanno consentito di respingere le eccezioni di difetto di legittimazione attiva sopra ricordate. In conclusione il ricorso è accolto limitatamente a quanto sopra specificato, mentre va respinto per la parte rimanente“.

Dario Meneguzzo – avvocato

sentenza TAR Veneto n. 995 del 2014

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2 luglio 2014 06:01

Espropriazione e domanda risarcitoria

Il T.A.R. Veneto, nella sentenza n. 913/2013 chiarisce che, in materia di esproprio, non è sempre necessario chiedere l’annullamento degli atti ablatori, essendo sufficiente e avanzare anche una richiesta risarcitoria: “Acclarata, dunque, la giurisdizione dell’intestato Tribunale, va ora sottolineato – ai fini dell’ammissibilità dell’istanza risarcitoria degli odierni ricorrenti, che non avevano previamente impugnato gli atti della procedura espropriativa – che anche prima dell’entrata in vigore dell’art. 30 del DLgs n. 104/2010 (che ha espressamente sancito l’autonomia, sul versante processuale, della domanda di risarcimento rispetto al rimedio impugnatorio) poteva essere chiesto innanzi al giudice amministrativo il risarcimento del danno senza la preventiva impugnazione del provvedimento ritenuto illegittimo e dannoso (cfr., ex pluribus, CdS, Ap, 23.3.2011 n. 3), purché entro il termine prescrizionale di cinque anni (cfr. CdS, IV, 6.12.2011 n. 6403): il principio della non necessità della pregiudiziale impugnativa del provvedimento amministrativo era stato già affermato, infatti, dalle Sezioni Unite della Cassazione con riferimento al sistema normativo conseguente alla legge n. 205 del 2000 (cfr. SS.UU. 16.12.2010 n. 25395)”.

dott. Matteo Acquasaliente

TAR Veneto n. 913 del 2014

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2 luglio 2014 06:00

Espropriazione e quantificazione del danno

Infine, nella sentenza n. 913/2014 il Collegio si occupa della quantificazione del danno collegata alla mancata fruizione del bene oggetto di esproprio stabilendo che: “Venendo al merito della illegittima, perdurante occupazione del bene, appare evidente la sussistenza, nel caso in esame, di tutti gli elementi costitutivi della fattispecie di responsabilità civile invocata dalla parte ricorrente nella sua richiesta di risarcimento dei danni, atteso il grave inadempimento dell’Amministrazione, responsabile della sottratta disponibilità dei beni e del mancato ristoro al proprietario, donde la ricorrenza di tutti gli estremi previsti dall’art. 2043 c.c. (comportamento omissivo, colpa dell’Ente procedente, danno ingiusto e nesso di causalità) in presenza dei quali è possibile affermare la responsabilità extracontrattuale per fatto illecito delle resistenti, consistente, per l’appunto, nella suindicata sottrazione abusiva della disponibilità dei beni.

La qualificazione della condotta della PA in termini di illecito civile impone, quindi, l’individuazione di rimedi a tutela del privato coerenti coi principi di cui alla disciplina generale prevista dagli artt. 2043 segg. c.c.

Ed allora l’Amministrazione dovrà risarcire il danno facendo cessare la situazione di permanente, illegittima occupazione (recte: sottrazione) anzitutto in forma specifica, provvedendo alla restituzione al legittimo proprietario dei terreni utilizzati per la realizzazione dell’opera pubblica opportunamente rimessi in pristino (e, naturalmente, corrispondendo l’indennizzo per il periodo di abusiva occupazione).

3.6.- La definizione della richiesta risarcitoria implica, pertanto, un passaggio intermedio consistente nell’assegnazione di un termine all’Amministrazione perché definisca la sorte della titolarità dei beni illecitamente appresi, cui potrà seguire, ma in posizione inevitabilmente subordinata, la condanna risarcitoria secondo il criterio generale ed esaustivo previsto dall’art. 2043 c.c.

Termine durante il quale l’Amministrazione, qualora ritenesse eccessivamente oneroso il risarcimento in forma specifica, potrebbe optare per l’acquisizione dei beni avvalendosi dell’art. 42-bis del DPR n. 327/2001 corrispondendo il previsto indennizzo per il pregiudizio patrimoniale (determinato in misura corrispondente al loro valore venale: cfr. il III comma) e non patrimoniale (liquidato forfetariamente nella misura del dieci per cento del valore venale: cfr. il I comma), fermo restando il risarcimento per il periodo di occupazione senza titolo (da calcolarsi, in difetto della prova di un maggior danno, nella misura del cinque per cento annuo sul medesimo valore venale: cfr. il III comma).

4.- Su tali premesse, pertanto, in ordine alla quantificazione del danno il Collegio ritiene opportuno fare ricorso al meccanismo di cui all’art. 34, IV comma del DLgs n. 104/2010, in base al quale l’Amministrazione – fatta salva l’ipotesi che essa decida di restituire le aree apprese – dovrà attenersi nel prosieguo alla seguente regola d’azione:

a) entro il termine di novanta giorni (decorrente dalla comunicazione in via amministrativa della presente decisione o dalla notificazione, ove anteriore) l’Amministrazione da una parte ed il ricorrente dall’altra potranno addivenire ad un accordo con effetti traslativi in favore dell’Amministrazione della proprietà delle aree definitivamente occupate (e non restituite), mentre al ricorrente verrà corrisposta la somma specificamente individuata nell’accordo stesso, somma che dovrà essere determinata in base al valore venale dei terreni, nel rispetto del principio del ristoro integrale del danno subito e comprensiva, altresì, del danno per il periodo della loro mancata utilizzazione nella forma degli interessi corrispettivi sul capitale rivalutato: essa, ovviamente, andrà depurata di ogni corresponsione di somme medio tempore eseguita in favore della parte ricorrente, a titolo indennitario, in relazione alla vicenda ablatoria per cui è causa;

b) ove siffatto accordo non sia raggiunto nel termine indicato l’Amministrazione, entro i successivi novanta giorni, dovrà emettere formale provvedimento con cui disporrà la restituzione delle aree a suo tempo occupate, opportunamente ripristinate, impregiudicate le questioni consequenziali in ordine al ristoro relativo all’occupazione illegittima, che dovrà essere regolato secondo quanto disposto al punto sub 3.6: in alternativa, invero, potrà acquisire le aree in questione ai sensi dell’art. 42-bis del DPR n. 327/2001 corrispondendo gli indennizzi per il pregiudizio patrimoniale e non patrimoniale, nonchè il risarcimento per il periodo di occupazione senza titolo nelle misure ivi stabilite;

c) qualora le parti in causa non concludano alcun accordo e l’Amministrazione neppure adotti un atto formale di restituzione o di acquisizione delle aree in questione, decorsi i termini sopra indicati, parte ricorrente potrà chiedere all’intestato Tribunale l’esecuzione della presente sentenza per l’adozione delle misure consequenziali, con possibilità di nomina di un Commissario ad acta che provveda in luogo dell’Amministrazione inadempiente, riservata la trasmissione degli atti alla Corte dei Conti per le valutazioni di sua competenza”.

dott. Matteo Acquasaliente

TAR Veneto n. 913 del 2014

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23 giugno 2014 06:03

Il Comune condannato a risarcire il danno morale per avere illegittimamente negato a un disabile l’installazione di una piattaforma elevatrice

Segnaliamo la sentenza del tribunale di Vicenza n. 775 del 2014, che condanna un Comune a risarcire il danno morale a una persona disabile, alla quale era stato illegittimamente negata l’installazione di una piattaforma elevatrice, motivata col mancato rispetto delle disposizioni sulla larghezza minima delle scale condominiali. 

sentenza T. Vicenza 775 del 2014

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6 maggio 2014 06:04

Le slides del convegno del 30 aprile sulle strade

Pubblichiamo le slides commentate al convegno del 30 aprile dall’ing. Sandro D’Agostini (Responsabile della sezione operativa di Belluno di Veneto Strade spa) e dall’avv. Paolo Balzani (Dirigente della Avvocatura Provinciale di Vicenza), ringraziando sentitamente gli autori.

VICENZA 30.11.2014

Strade_Convegno Montecchio Maggiore DEF

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14 aprile 2014 06:00

Mancata conclusione procedura di project financing e risarcimento del danno

Il T.A.R. Veneto, sez. I, nella sentenza del 08 aprile 2014 n. 487 si occupa del risarcimento del danno connesso da c.d responsabilità precontrattuale connesso alla procedura del project financing: “che oggetto della presente controversia è il ristoro della lesione della posizione soggettiva inerente l’affidamento ingenerato nel privato circa l’osservanza da parte della Pubblica amministrazione del dovere di comportarsi secondo buona fede in un procedimento in cui il privato stesso era rimasto coinvolto: la ricorrente chiede, in particolare, il risarcimento del danno da responsabilità precontrattuale per non avere il Comune portato a conclusione la procedura avviata nel 2008 con la pubblicazione di un avviso inerente ad un intervento di riqualificazione di un’area del litorale del lago di Garda e del relativo parcheggio da realizzarsi con il sistema della “finanza di progetto”, relativamente al quale l’impresa aveva presentato la “proposta”;

che tale questione rientra pacificamente nella giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo ai sensi dell’art. 133, I comma, lett. “e”, sub 1) del DLgs n. 104/2010;

che, quanto alla tutelabilità della pretesa ai fini risarcitori, l’assenza di atti illegittimi non elimina il profilo relativo alla valutazione del comportamento dell’Amministrazione con riguardo al rispetto dei canoni di buona fede e correttezza (da intendersi in senso oggettivo) nell’ambito di un procedimento di evidenza pubblica preordinato alla selezione del contraente: la responsabilità precontrattuale deve, infatti, ritenersi sempre configurabile quando il fine pubblico venga attuato attraverso un comportamento obiettivamente lesivo dei doveri di lealtà, sicché anche nel caso di assenza di provvedimenti illegittimi può scaturire l’obbligo di risarcire il danno nel caso di affidamento suscitato da un comportamento contrario ai canoni comportamentali legalmente sanciti;

che sussiste la responsabilità precontrattuale ex art. 1337 e 1338 c.c. di un ente locale che abbia improvvisamente ed immotivatamente interrotto il procedimento in corso relativo alla prima fase di una procedura di “project financing”, nel caso – come quello di specie – in cui l’inerzia sia consistita anche nella omissione di qualsivoglia spiegazione alla ditta interessata sulle ragioni dell’improvviso abbandono del procedimento stesso, nonostante le ripetute richieste di chiarimenti da parte della ditta interessata che aveva depositato il progetto ai fini della declaratoria di pubblico interesse;

che, a tal proposito, è affatto inconferente la sentenza CdS, III, 20.3.2014 n. 1365 depositata dall’Amministrazione, atteso che la procedura di finanza di progetto ivi considerata era espressamente subordinata alla “formale, propedeutica autorizzazione alla realizzazione dell’opera”, autorizzazione che non è stata rilasciata dalla Regione (Campania) per contrasto con la disciplina pianificatoria a livello regionale in materia di rete ospedaliera: in quel caso si era verificato, cioè, un evento impeditivo alla prosecuzione della procedura di “project financing” rappresentato dal mancato realizzarsi della condizione sospensiva cui era legata l’acquisizione di efficacia delle delibere che avevano approvato la procedura stessa, e che era perfettamente nota ai concorrenti;

che la domanda di risarcimento del danno proposta dall’odierna ricorrente è tempestiva sia in relazione al disposto di cui all’art. 30, IV comma c.p.a. (il termine per la proposizione della domanda di risarcimento non decorre, infatti, fino a quando persista il comportamento inadempiente, e nel caso di specie l’Amministrazione non ha ancora ritenuto consumato il proprio potere provvedimentale: cfr. la DGC 3.6.2013 n. 88 e la nota 3.9.2013 del Comune), sia, comunque, in considerazione della natura extracontrattuale del pregiudizio di cui si chiede il ristoro;

che, quanto all’elemento psicologico dell’illecito precontrattuale, la Corte di giustizia ha reputato incompatibile con l’ordinamento comunitario la normativa nazionale che subordini il diritto ad ottenere il risarcimento al carattere colpevole del comportamento della PA (sent. 30.9.2010, C-314/09), configurando invece in modo affatto oggettivo la responsabilità dell’Amministrazione;

che, però, affinchè sussista la responsabilità per “culpa in contrahendo” a carico della Pubblica amministrazione occorre, da un lato che il comportamento tenuto dalla P.A. risulti contrastante con le regole di correttezza e di buona fede di cui all’art. 1337 c.c. e, dall’altro, che lo stesso comportamento abbia ingenerato un danno effettivo in capo al soggetto che chiede il risarcimento;

che, nella specie, è pacifica la responsabilità dell’Amministrazione per avere immotivatamente receduto dalla procedura, atteso che l’interruzione del procedimento ad evidenza pubblica si qualifica come violazione della legge (art. 1337 c.c.) che impone alle parti di comportarsi secondo buona fede e correttezza nelle trattative, cagionando, conseguentemente, l’ingiusto sacrificio dell’affidamento ingenerato nella ricorrente dal pubblicato avviso di procedura, così integrando una responsabilità di tipo precontrattuale;

che – in disparte la considerazione che la clausola contenuta nell’avviso di project financing in esame, secondo cui “in nessuna delle ipotesi…i promotori avranno titolo a richiedere al Comune indennizzi o rimborsi di sorta”, riguarda esclusivamente le “ipotesi soprammenzionate” di ritenuta non fattibilità della proposta sotto il profilo tecnico, economico o del pubblico interesse (ipotesi, queste, non ricorrenti nel caso di specie) – deve considerarsi nulla, ai sensi dell’art. 1355 c.c. (che prevede il divieto di inserire condizioni meramente potestative), un’eventuale clausola secondo cui la presentazione della proposta non vincola in alcun modo l’Amministrazione, nemmeno sotto il profilo della responsabilità precontrattuale ex art. 1337 c.c.;

che il risarcimento del danno per responsabilità precontrattuale, la cui dimostrazione spetta alla parte lesa (in linea con l’inquadramento di tale responsabilità nell’ambito della responsabilità aquiliana), riguarda il solo interesse negativo, ossia le spese inutilmente sostenute in previsione della conclusione del procedimento e le perdite sofferte per non aver usufruito di ulteriori occasioni contrattuali, mentre non sono risarcibili il mancato utile correlato all’eventuale aggiudicazione ed il danno curriculare, in quanto assolutamente ipotetici (si era, infatti, nemmeno conclusa la prima fase della procedura con la declaratoria, del tutto eventuale, di rispondenza al pubblico interesse di una delle proposte presentate);

che, dunque, ai fini della prova del danno l’istante deve assolvere l’obbligo di allegare e provare i fatti posti a fondamento della domanda, dovendosi escludere la liquidazione equitativa di cui all’art. 1226 c.c., che presuppone l’impossibilità di dimostrare l’ammontare del pregiudizio subito;

che, pertanto, in ordine alla quantificazione del danno ritiene il Collegio che nella specie debba farsi applicazione del disposto di cui all’art. 34, IV comma del c.p.a. che consente al giudice, in caso di condanna pecuniaria, di stabilire i criteri in base ai quali il debitore deve proporre a favore del creditore il pagamento di una somma entro un congruo termine;

che, dunque, nel liquidare il pregiudizio patito dall’odierna ricorrente l’Amministrazione dovrà attenersi nel prosieguo alle seguenti regole d’azione:

a) entro il termine di novanta giorni (decorrente dalla comunicazione in via amministrativa della presente decisione o dalla notificazione, ove anteriore) il Comune di Torri del Benaco provvederà a proporre alla ricorrente il pagamento di una somma a corrispettivo del danno, danno relativamente al quale parte ricorrente dovrà fornire in maniera rigorosa ogni utile elemento per la sua determinazione, escludendosi – come si è detto – una liquidazione equitativa: in particolare, il lucro cessante conseguente alla “perdita di altre occasioni lavorative” potrà essere risarcito se e in quanto l’impresa documenterà di non aver potuto utilizzare mezzi e maestranze, lasciati disponibili, per l’espletamento di altri lavori (qualora tale dimostrazione non possa essere offerta è da ritenere, infatti, che l’impresa abbia ragionevolmente riutilizzato mezzi e manodopera per lo svolgimento di altre attività: va da sé, invero, che l’imprenditore, in quanto soggetto che esercita professionalmente una attività economica organizzata finalizzata alla produzione di utili, normalmente non rimane inerte, ma si procura prestazioni contrattuali alternative dalla cui esecuzione trae utili). In sede di quantificazione del danno, pertanto, spetterà all’impresa dimostrare, anche mediante l’esibizione all’Amministrazione di libri contabili e di proposte di contratto, di non aver eseguito, nel periodo che l’avrebbe vista impegnata nella redazione del progetto, altre attività lucrative incompatibili con quella per la cui mancata prosecuzione chiede il risarcimento del danno (cfr., in termini, CdS, IV, 7.9.2010 n. 6485; VI, 21.9.2010 n. 7004; TAR Veneto, I, 5.3.2014 n. 303; 8.11.2011 n. 1663)”. 

dott. Matteo Acquasaliente

TAR Veneto n. 487 del 2014

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7 aprile 2014 06:01

Autotutela e spese di lite

Il T.A.R. Veneto, sez. II, nella sentenza del 20 marzo 2014 n. 367 evidenzia che se l’Amministrazione annulla in autotutela, ex art. 21 nonies della L. n. 241/1990, un provvedimento amministrativo proprio a causa dei vizi denunciati e contestati in un ricorso dinanzi al T.A.R., le spese di lite seguono la regola sulla soccombenza: “Va preliminarmente rilevata l’intervenuta cessazione della materia del contendere, essendo stato, il provvedimento impugnato, ritirato in autotutela dall’amministrazione con provvedimento del 5 giugno 2006.

Poiché il ritiro dell’atto da parte del Comune è avvenuto successivamente alla notifica del presente ricorso ed in ragione del vizio procedimentale (violazione dell’art. 10 bis L. 241/1990) ivi denunciato, la regolazione delle spese di lite deve seguire la regola della soccombenza, con conseguente imputazione delle stesse, come liquidate in dispositivo, a carico del Comune di Rubano”.

dott. Matteo Acquasaliente

sentenza TAR Veneto n. 367 del 2014

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4 aprile 2014 06:00

A chi incombe l’onere di dimostrare la colpa nelle gare d’appalto?

Il T.A.R. Veneto, sez. I, nella sentenza del 19 marzo 2014 n. 349, chiarisce che nelle gare pubbliche il privato non ha l’obbligo di dimostrare la colpa dell’Amministrazione, poiché la stessa può essere desunta sia dalla comune esperienza sia dalle presunzioni ex art. 2727 c.c.: “Peraltro, come la giurisprudenza anche di questo Tribunale ha più volte evidenziato, non è richiesto al privato danneggiato da un provvedimento amministrativo illegittimo un particolare impegno probatorio per dimostrare la colpa dell’Amministrazione, la quale può essere definitivamente accertata attraverso l’applicazione al caso concreto delle regole di comune esperienza e della presunzione semplice di cui all’art. 2727 c.c.

Orbene, rileva il Collegio che nel caso di specie è stato violato non solo l’art. 5 della Legge n. 14 del 02.02.1973, ma anche una norma fondamentale della lex specialis di gara, sicché deve ritenersi integrata, sotto tali aspetti, la prova dell’elemento soggettivo del danno, anche in ragione del fatto che l’Amministrazione comunale non ha prodotto elementi tali da superare la presunzione di colpa che ne discende”.

 

Chiarito ciò, per quanto riguarda il risarcimento del danno il Collegio ritiene che: “Preliminarmente va rigettata la domanda risarcitoria avente ad oggetto i costi di partecipazione alla gara, i quali per consolidato orientamento giurisprudenziale restato a carico delle imprese concorrenti sia in caso di aggiudicazione che in caso di mancata aggiudicazione.

Il Collegio ritiene invece che debba essere riconosciuto a titolo di lucro cessante il profitto che l’impresa avrebbe ricavato dall’esecuzione dell’appalto.

In ordine alla quantificazione di tale voce di danno, l’impresa chiede un risarcimento pari ad € 49.063,41 ritenendo che l’utile che la stessa avrebbe conseguito qualora avesse ottenuto l’aggiudicazione dell’appalto sarebbe stato il 20% del prezzo offerto.

Tuttavia il lucro cessante può essere risarcito per intero solo nel caso in cui l’impresa possa documentare di non aver impiegato le proprie strutture per altre commesse, e tale prova non è stata fornita dall’Impresa ricorrente.

Alla luce delle considerazioni che precedono, pertanto, risulta equo liquidare a titolo di lucro cessante la somma del 10% dell’utile che l’impresa avrebbe conseguito pari ad € 24.531,70.

Deve, altresì, essere risarcito il lamentato danno curriculare, posto che l’esecuzione di un appalto pubblico è indubbiamente fonte per l’impresa di un vantaggio economico relativo alla crescita della capacità di competere sul mercato in vista della possibilità di aggiudicarsi ulteriori e futuri appalti, che il Collegio stima equo quantificare con una somma pari al 10% di quanto liquidato a titolo di lucro cessante.

Pertanto, alla somma di € 24.531,70, devono aggiungersi € 2.453,17 a titolo di danno curriculare, per un risarcimento complessivo di € 26.984,87.

Trattandosi di debito di valore, alla ricorrente spetta la rivalutazione monetaria dal giorno in cui è stata emessa la determinazione comunale che ha dato luogo alla perdita di aggiudicazione dell’appalto, sino alla pubblicazione della presente sentenza, momento in cui il tale debito si trasforma in debito di valuta.

Spettano inoltre gli interessi legali dalla pubblicazione della presente decisione, fino all’effettivo soddisfo”.

dott. Matteo Acquasaliente

TAR Veneto n. 349 del 2014

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14 marzo 2014 06:03

Linee guida per l’applicazione dell’indennizzo da ritardo nella conclusione dei procedimenti ad istanza di parte

Sulla GU n.59 del 12-3-2014 è stata pubblicata la DIRETTIVA 9 gennaio 2014 del Dipartimento della Funzione Pubblica della Presidenza del Consiglio dei Ministri, recante “Linee guida per l’applicazione «dell’indennizzo da ritardo nella conclusione dei procedimenti ad istanza di parte». (14A01976)”.

Linee guida indennizzo da ritardo

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17 febbraio 2014 06:01

Il comportamento dell’offerente escluso incide sulla quantificazione del risarcimento del danno

Il T.A.R. Veneto, nella medesima sentenza n. 184/2014 afferma che il comportamento negligente e/o non collaborativo tenuto dall’offerente escluso dalla gara pubblica incide sulla determinazione del danno ex art. 1227 c.c. il quale stabilisce che: “Se il fatto colposo del creditore ha concorso a cagionare il danno, il risarcimento è diminuito secondo la gravità della colpa e l’entità delle conseguenze che ne sono derivate.

Il risarcimento non è dovuto per i danni che il creditore avrebbe potuto evitare usando l’ordinaria diligenza”.

 Alla luce di ciò il Collegio dichiara che: “E’ ormai insegnamento condiviso quello per cui il danno patito deve essere risarcito nei limiti indicati dall’art. 1227 c.c.

E’, in effetti, essenziale, nella puntuale definizione del nocumento patito dalla parte, verificare se il pregiudizio alla stessa causato, poteva essere ridotto o limitato, se non escluso, da una sua azione adeguata secondo l’ordinaria diligenza.

Il Consiglio di Stato ha recepito tale orientamento ed ha statuito, nell’Adunanza Planaria n. 3 del 2011 che :”…Va aggiunto che la latitudine del generale riferimento ai mezzi di tutela e al comportamento complessivo consente di soppesare l’ipotetica incidenza eziologica non solo della mancata impugnazione del provvedimento dannoso ma anche dell’omessa attivazione di altri rimedi potenzialmente idonei ad evitare il danno, quali la via dei ricorsi amministrativi e l’assunzione di atti di iniziativa finalizzati alla stimolazione dell’ autotutela amministrativa (cd. invito all’autotutela). Va, del pari, apprezzata l’omissione di ogni altro comportamento esigibile in quanto non eccedente la soglia del sacrificio significativo sopportabile anche dalla vittima di una condotta illecita alla stregua del canone di buona fede di cui all’art. 1175 e del principio di solidarietà di cui all’art. 2 Cost.”.

Consta dagli atti che la ricorrente non ha proposto, né avanzato alcuna misura cautelare che, nell’immediatezza avrebbe potuto sicuramente impedire la consumazione del pregiudizio lamentato e, quindi, proprio per le ragioni sopra esposte, riammettere in gara la ricorrente, così che la sua offerta poteva essere adeguatamente valutata.

Tale omissione, a parere del Collegio, costituisce un negligente comportamento da imputare alla ricorrente che, in tal modo, ha contribuito, se non favorito, il radicamento del danno lamentato e che, diversamente agendo, la parte avrebbe potuto evitare, così che la richiesta di risarcimento del danno deve essere respinta.

Un’ultima annotazione.

Il riferito insegnamento, trova applicazione anche alle vicende anteriori al 16 settembre 2010, data di entrata in vigore del codice del processo amministrativo, proprio perché, come testualmente statuito dalla decisione della Plenaria sopra riportata, anche in tali evenienze il principio è :” … estensibile a situazioni anteriori in quanto ricognitiva di principi evincibili dal sistema normativo antecedente all’entrata in vigore del codice”.

dott. Matteo Acquasaliente

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11 ottobre 2013 06:01

La competenza in caso di frana e se spetti al privato il risarcimento dei danni

Il TAR Veneto – sezione III – con la sentenza n. 1141 del 2013 affronta il problema della competenza in caso di frana e se competa al privato l’eventuale risarcimento dei danni.

Scrive il TAR: Con raccomandata parte ricorrente aveva intimato alla Provincia di Padova di provvedere ad effettuare tutti gli interventi necessari ed utili per mettere in sicurezza l’area soprastante la proprietà di parte ricorrente, dove si era staccata una frana in seguito alle abbondanti precipitazioni verificatesi tra i mesi di Febbraio e Marzo 2011. La Provincia di Padova, con nota in data 10 Maggio 2012, ha risposto a parte ricorrente, facendo presente tra l’altro quanto segue: – il dissesto lamentato da parte ricorrente non interessa la strada provinciale; – la Provincia di Padova ha sempre mantenuto la strada provinciale in sicurezza; – la frana rientra in quei casi in cui compete ai proprietari provvedere alla sistemazione del dissesto.  Parte ricorrente lamenta il verificarsi di fenomeni franosi sul proprio terreno e, in relazione a ciò, ha intimato alla provincia di Padova di effettuare tutti gli interventi necessari ed utili per mettere in sicurezza il sito.  Nel territorio del Parco dei Colli Euganei la competenza in ordine alla tutela dal dissesto idrogeologico è affidata all’Ente Parco dei Colli Euganei.  Tale competenza è prevista dall’art. 2 primo comma lettera a) e dal secondo comma lettera b) dell’art. 16 della legge regionale n° 38 del 1989. Tale norma stabilisce che l’Ente Parco esercita le funzioni amministrative in materia di vincolo idrogeologico, vincolo forestale e tutela forestale, attualmente esercitate dalla giunta regionale dal servizio forestale regionale territorialmente competente, ai sensi della legge regionale n° 52 del 1978, ivi compresa l’applicazione delle prescrizioni di massima e di polizia forestale.Tra le norme della legge regionale n° 52 del 1978, richiamate dall’art. 16 della legge regionale n° 38 del 1989 per definire la competenza dell’Ente Parco, vi è l’art. 8 della legge regionale n° 52 del 1978, secondo cui la Regione provvede alla sistemazione idro-geologica, alla conservazione del suolo ed alla difesa delle coste con gli interventi e nell’ambito dei territori di cui all’art. 1 della legge regionale 28 gennaio 1975, n. 16, nonché alla conservazione ed alla manutenzione delle opere esistenti, secondo le seguenti norme e procedure:

- la Giunta regionale, sentita la competente commissione consiliare, approva i programmi d’intervento predisposti, d’intesa con le Comunità montane, formulati organicamente per unità idrografica;

- la Giunta regionale provvede alla progettazione ed alla esecuzione delle opere direttamente e, qualora ne ravvisi l’opportunità, mediante concessione amministrativa alle Comunità montane ed ai Consorzi di Bonifica Montana.

- i lavori relativi agli interventi suddetti sono eseguiti in economia.

All’Ente Parco spetta dunque il compito di aprire un’istruttoria per verificare se approvare un programma d’intervento in relazione ai fenomeni franosi che hanno interessato la proprietà di parte ricorrente.

La competenza provinciale di cui al primo comma dell’art. 85 della legge regionale n° 11 del 2001 (secondo cui sono conferite alle province le funzioni relative alla programmazione, progettazione, approvazione ed esecuzione degli interventi di difesa idrogeologica, nonché dei relativi manufatti, funzionali alla prevenzione dei dissesti) vale al di fuori del territorio del Parco.

 Nell’ambito del territorio del Parco opera, per effetto del principio di specialità, la legge regionale n° 38 del 1989, che stabilisce appunto la competenza dell’Ente Parco.

Il collegio pertanto non condivide il contenuto della memoria dell’Ente Parco in data 17 Luglio 2013, secondo cui all’Ente Parco non è demandata alcuna competenza in materia di frane.

L’Ente Parco richiama sotto tale profilo la delibera della giunta regionale del Veneto n° 4424 del 2006, avente ad oggetto la ricognizione delle funzioni amministrative attribuite dalla regione Veneto agli Enti Parco regionali.

Se è vero infatti che sulla base di tale delibera della giunta regionale sarebbero di competenza della regione Veneto gli interventi relativi ad opere pubbliche ed interventi di difesa idrogeologica e di sistemazione idraulico-forestale, è anche vero che la delibera della giunta regionale non può porsi in contrasto con la legge regionale ed in particolare con la legge regionale n° 38 del 1989, con cui le funzioni in materia sono state attribuite all’Ente Parco dei Colli Euganei.

È invece possibile che sia concordato tra Ente Parco, Regione Veneto o Provincia di Padova che gli interventi decisi dall’Ente Parco siano attuati con il concorso materiale e/o finanziario della regione Veneto o della Provincia di Padova.

L’Ente Parco è tenuto a valutare se i fenomeni franosi lamentati compromettano o meno la sicurezza idrogeologica del territorio.ed a verificare se approvare un programma d’intervento in relazione ai fenomeni franosi che hanno interessato la proprietà di parte ricorrente.

Gli interventi da programmare attengono al mantenimento ed alla prevenzione della sicurezza idrogeologica del territorio. Spetta alla discrezionalità tecnica dell’Ente Parco valutare quali siano gli interventi di pubblico interesse e quelli invece di rilevanza meramente privata a carico dei singoli proprietari.

L’Ente Parco valuterà a tali fini le risultanze emerse nel c.d. “Tavolo tecnico”, avente ad oggetto riunione tra le parti al fine di concordare gli interventi necessari (documento n° 5 depositato in giudizio dalla regione Veneto in data 5 Luglio 2013).

Tali risultanze riguardano gli interventi ritenuti necessari ai fini della definizione delle indagini geologiche minime per la determinazione dell’estensione del movimento franoso e delle cause che lo hanno provocato:

- esecuzione di due stendimenti sismici a rifrazione disposti longitudinalmente rispetto alla frana, di estensione di circa 200 metri ciascuno. Saranno ubicati uno tra la nicchia di distacco della frana e la parte distale a valle del corpo di accumulo e uno in prosecuzione del verso monte precedente e spinto fino alla viabilità provinciale;

- esecuzione di due stendimenti sismici a rifrazione in direzione trasversale al corpo di frana, di lunghezza di circa 120 -150 metri ciascuno. Uno sarà ubicato lungo la vecchia viabilità di accesso alla casa Bonino e uno subito a monte della nicchia di distacco;

- esecuzione di due sondaggi geognostici a carotaggio continuo spinti fino al raggiungimento del substrato. La profondità sarà determinata in fase esecutiva, ma può essere ipotizzata in circa 10 – 15 metri. I sondaggi sono necessari sia per la taratura delle indagini geofisiche sia per la determinazione più precisa del piano di scivolamento della frana. I fori di sondaggio potranno essere attrezzati con piezometri e/o con inclinometri;

- a completamento potrebbe essere utile la costituzione di una rete di monitoraggio topografico per lo studio dei movimenti in atto e delle relative velocità.

L’Ente Parco potrebbe anche valutare se interessare o meno il dipartimento di geologia dell’Università di Padova.

Invece con riferimento alla domanda con cui parte ricorrente richiede il ristoro dei danni patiti per effetto delle frane non sussiste l’obbligo della pubblica amministrazione di provvedere in senso favorevole a parte ricorrente.

Affinchè tale obbligo sussista è necessario che vi sia una normativa che ammetta e disciplini la concessione di contributi ai privati danneggiati.

 Tale normativa non sussiste né il caso di specie rientra tra le provvidenze erogabili sulla base della legge regionale n° 4 del 1997 “Contributi in materia di eventi calamitosi naturali”.

La pubblica a amministrazione potrebbe astrattamente erogare contributi, anche non specificamente previsti da previa disposizione di legge, purchè il contributo persegua rigorosamente i fini istituzionali dell’amministrazione e sia posta una previa disciplina amministrativa, ai sensi dell’art. 12 della legge n° 241 del 1990, dei criteri di concessione dei contributi.

Sotto tale profilo l’amministrazione competente a decidere l’erogazione dei contributi potrebbe anche essere diversa dall’Ente Parco, purchè l’erogazione dei contributi sia congruente con i fini istituzionali.

La domanda impugnatoria è dunque infondata perché parte ricorrente ha richiesto l’intervento di ente incompetente (la provincia di Padova)“.

sentenza TAR Veneto 1141 del 2013

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2 settembre 2013 06:01

Risarcimento danni da lesione di interesse pretensivo: danno emergente, lucro cessante e perdita di chances?

La sentenza del TAR Veneto  n. 1073 del 2013, già allegata al post che precede, dopo avere ritenuto risarcibile il danno da lesione di interesse legittimo pretensivo (illegittimo diniego di titolo edilizio e sopravvenita normativa del PAI che ne impedisce il rilascio), si occupa della quantificazione del danno risarcibile.

Il TAR approfondisce tre questioni: danno emergente, lucro cessante e perdita di chances.

Scrive il TAR: “5. Per quanto attiene la quantificazione del “danno emergente” va rilevato come la perizia prodotta dal ricorrente contenga, allegate, le
fatture pagate dello stesso attore nei confronti del professionista che ha redatto la progettazione dell’edificio, fatture che contrariamente a quanto sostenuto nel testo del ricorso ammontano a Euro 22.520,83, danno quest’ultimo che risulta pertanto compiutamente provato e, ciò,unitamente al nesso di causalità con i provvedimenti di diniego sopra citati.
6. Per quanto attiene il “mancato guadagno” va, inoltre, precisato come parte ricorrente richieda il ristoro delle somme sostenute per la predisposizione del progetto della cantina e delle pratiche connesse e, nel contempo, il risarcimento corrispondente ai minori redditi annuali, conseguenti all’impossibilità di edificare la cantina, somma pari a Euro 660.000,00 – per i primi dieci anni successivi al momento in cui il permesso di costruire avrebbe dovuto essere rilasciato -, nonché dell’ulteriore importo relativo agli anni successivi al decimo in ragione di Euro 126.000,00 euro all’anno.    6.1 Sempre parte ricorrente sostiene, nel petitum del ricorso, il diritto ad ottenere il ristoro del danno conseguente “alla minore redditività” conseguente alla mancata edificazione della cantina. Nella successiva perizia è stato depositato un contratto di affitto, stipulato nell’eventualità in cui detta cantina fosse stata realizzata, dal quale si deduce che detto danno di “minore redditività” ammonterebbe a Euro 180.000,00. Si sostiene in ultimo, sempre nella perizia sopra citata, il venire in essere di un danno consequenziale al deprezzamento del terreno per un importo pari a Euro 500.000,00.
6.2 In relazione a quanto sopra precisato va in primo luogo rilevato come i valori sopra precisati siano stati poi modificati dalla  presentazione di una successiva perizia di parte mediante la quale si è quantificata una somma considerevolmente differente e pari a Euro 1.228.609,02.
6.3 Va, inoltre, rilevato come il danno dalla “mancata vendita dei prodotti del vigneto” integri la fattispecie del danno da chance, avendo a riferimento quei profitti che il ricorrente avrebbe conseguito una volta avviata l’attività imprenditoriale cui l’edificazione della cantina era strumentale, danno in relazione al quale è stata sollecitata una liquidazione equitativa.
6.4 Al riguardo, vanno richiamati i più recenti orientamenti del Consiglio di Stato (contenuti nella decisione sopra citata) in relazione ai quali l’esame della sussistenza del danno da perdita di chance, in seguito all’emanazione di un provvedimento illegittimo,  interviene:                                                             

- o attraverso la constatazione in concreto della sua esistenza, ottenuta attraverso elementi probatori;
- o attraverso un’ articolazione di argomentazioni logiche che, sulla base di un processo deduttivo rigorosamente sorvegliato, inducano a concludere per la sua sussistenza;
- ovvero ancora attraverso un processo deduttivo condotto secondo il criterio, elaborato dalla giurisprudenza della Corte di cassazione, del c.d. “più probabile che non”, e cioè alla luce di una regola di giudizio che ben può essere integrata dai dati della comune esperienza, evincibili dall’osservazione dei fenomeni sociali (cfr. Cons. Stato, sez. IV, 22 maggio 2012, nr. 2974).
6.5 Con riferimento al danno sopra citato, nulla di tutto ciò è presente sia, nel ricorso che nella successiva perizia, nell’ambito della quale parte ricorrente si limita ad elencare i presunti profitti relativi alla vendita dei vini prodotti dai vigneti.
6.6 Sul punto non risulta provato il nesso di causalità tra la mancata realizzazione della cantina e il danno da mancato guadagno sopra specificato, risultando del tutto eventuale la produzione e la vendita dei vini rispetto alla mancata edificazione di un manufatto. Alla mancanza di tale prova non è possibile sopperire con una valutazione equitativa ai sensi dell’art. 1226 cod. civ., come nel caso di specie chiede la parte ricorrente e, ciò, in considerazione del fatto che l’applicazione di tale norma richiede che risulti provata, o comunque incontestata, l’esistenza di un danno risa(in questo senso Cons. Stato, sez. IV, 7 gennaio 2013, nr. 23).                                                                                                                                                                                                               6.7 Tutto ciò premesso, nel caso che qui occupa, pur nell’accertata spettanza della concessione edilizia a suo tempo richiesta dall’appellante al Comune, è evidente che non è stata fornita alcuna prova, delle probabilità di esito positivo dell’attività imprenditoriale che il ricorrente avrebbe voluto avviare.
E’, inoltre, del tutto evidente che a tale carenza di prova non sia possibile sopperire attraverso i processi deduttivi sopra richiamati, in considerazione dell’incertezza e dell’aleatorietà delle variabili che notoriamente possono influire sull’andamento di una nuova impresa che entra nel mercato.
7. Ad una valutazione equitativa è, al contrario, possibile accedere per quanto attiene la voce relativa al danno da “mancata redditività” e al danno da deprezzamento del terreno. In relazione a dette ultime tipologie di danno parte ricorrente esibisce un contratto di affitto sottoscritto nel 2001, con il quale la società Agricola Maine si era impegnata a cedere in locazione la cantina nei confronti della società che ha in gestione il vigneto di cui la ricorrente risulta proprietaria.
8. E’ possibile prescindere da detta quantificazione considerando come l’orientamento prevalente (Cons. Stato Sez. IV Sent., 24-12-2008, n. 6538) sancisce … “il danno subito in seguito ad illegittimo diniego di concessione edilizia può essere determinato in via equitativa sulla scorta della differenza del valore che l’area di proprietà degli appellanti aveva al momento del progetto di diniego ed al momento della delibera di approvazione del nuovo piano regolatore generale. L’ammontare del risarcimento così stabilito dovrà essere aumentato della rivalutazione monetaria degli interessi legali da calcolarsi fino alla data di notifica della domanda giudiziale”.
9. Va rilevato come parte ricorrente abbia quantificato il danno da deprezzamento del terreno, per un importo pari alla somma pari a Euro 500.000,00, risultato delle differenza tra il valore dell’area inedificabile e il valore dell’area con il fabbricato di cui si tratta.
10. Detto computo non può essere automaticamente recepito da questo Collegio e va pertanto considerato un riferimento di massima del danno subito e, ciò, considerando come non sia possibile desumere quali siano i valori di partenza e in relazione a quali presupposti di riferimento è stata effettuata detta stima.
10.1 La stessa stima non solo non risulta provata, ma a differenza della Giurisprudenza sopra citata assume a riferimento il valore che l’area avrebbe avuto qualora fosse stato realizzato il fabbricato richiesto e , quindi, un parametro parzialmente differente da quello individuato dalla pronuncia del Consiglio di Stato sopra citata. Ne consegue che in ragione delle circostanze sopra ricordate è possibile disporre una quantificazione equitativa, liquidando la una percentuale pari al 5% del valore sopra citato.
11. In considerazione di ciò la somma di Euro 500.000,00 (deprezzamento del terreno) potrà essere ridotta ad un ammontare complessivo pari a Euro 25.000,00 (venticinquemila//00) oltre interessi legali e rivalutazioni dalla data di notifica della domanda giudiziale e sino al giorno di deposito della presente sentenza”.

Dario Meneguzzo

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2 settembre 2013 06:00

Se il Comune ritarda illegittimamente il rilascio di un titolo edilizio e sopravviene una normativa (PAI) che ne impedisce il rilascio, bisogna risarcire il danno

La sentenza del TAR Veneto n. 1073 si occupa di una questione tecnica nota come risarcimento del danno da lesione dell’interesse legittimo pretensivo.

Il caso esaminato è quello del diniego al rilascio di un titolo edilizio, diniego illegittimamente emesso dall’amministrazione comunale e dal conseguente ritardo nel provvedere in senso favorevole, nell’ipotesi in cui sia intervenuta in pendenza di giudizio una disciplina (il PAI) dalla quale scaturisca l’impossibilità di realizzare detto intervento edilizio.

Il TAR ritiene che il danno debba essere risarcito, ai sensi dell’articolo 2043 del codice civile.

Scrive il TAR: “1. Il ricorso può essere parzialmente accolto così come di seguito specificato. L’esame della documentazione in atti, malgrado la mancata costituzione dell’Amministrazione comunale, consente di individuare come, nel caso di specie, siano presenti tutti i presupposti richiesti dall’art. 2043 c.c. per il riconoscimento del danno extracontrattuale.
2. Sussiste il presupposto del provvedimento illegittimo e, ciò, considerando come l’Amministrazione abbia provveduto a negare l’emanazione di un provvedimento vincolato sia, con nota del 08/01/2004 sia, ancora, con successivo provvedimento del 29/03/2009, provvedimento quest’ultimo che era intervenuto dopo la prima sentenza di questo Tribunale che aveva annullato il precedente diniego.
2.1 Nelle more del successivo giudizio di appello, avverso detto secondo diniego di permesso di costruire, veniva pubblicato il Piano per l’Assetto idrogeologico dei bacini del Fiume Isonzo, circostanza quest’ultima che determinava il Comune di Vicenza ad applicare le misure di salvaguardia e a rigettare una successiva e ulteriore istanza presentata dalle parti ricorrenti.
2.2 Nel corso di causa si è, altresì, rilevato come le misure del PAI, nella parte in cui impediscono l’edificabilità del manufatto, siano tutt’ora vigenti e, ciò, in considerazione dell’intervenuta adozione di due successive varianti (nel 2007 e nel 2012).

3. In considerazione di quanto sopra risulta evidente come sussista, altresì, il presupposto del comportamento colposo dell’Amministrazione che ha reiterato le proprie argomentazioni, e i provvedimenti di diniego, anche successivamente alla prima pronuncia di questo Tribunale.
3.1 Il comportamento colposo è evincibile, altresì, dalla circostanza in base alla quale il permesso di costruire avrebbe potuto essere emanato in virtù dell’applicazione dell’art. 4 delle NTA del Piano Regolatore vigente, laddove prescrive che l’azienda agricola è composta da terreni in proprietà, affitto o possesso a vario titolo, purchè sottoposti a gestione tecnico economica unitaria, circostanze che sussistevano tutte nel caso di specie.
3.2 E’, allora, evidente che i successivi frazionamenti del terreno non solo, non avevano avuto effetti sulla configurabilità dell’azienda agricola, ma non potevano essere imputati ai ricorrenti nel momento in cui gli stessi, avendo proceduto ad una parziale alienazione di detti terreni, non ne avevano più la materiale disponibilità.
3.3 Sul punto va rilevato che, secondo un costante orientamento giurisprudenziale, ribadito pur con alcune differenze in una recente pronuncia del Consiglio di Stato (Consiglio di Stato Sez. IV, 18-04- 2013, n. 2164), deve ammettersi il risarcimento dell’interesse pretensivo all’ottenimento di permesso di costruire la cui lesione sia stata cagionata dal duplice diniego illegittimamente opposto dall’amministrazione comunale e dal conseguente ritardo nel provvedere in senso favorevole, nell’ipotesi in cui sia intervenuta in pendenza di giudizio una disciplina paesaggistica dalla quale scaturisca l’impossibilità di realizzare detto intervento edilizio.
4. Risulta, pertanto, accertato che i provvedimenti sopra emanati risultano astrattamente idonei a cagionare un danno ingiusto ai ricorrenti“.

Dario Meneguzzo

sentenza TAR Veneto 1073 del 2013

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26 agosto 2013 06:01

Quando si tratta di atti discrezionali non c’è automatismo tra la illegittimità dell’atto e l’accoglimento della domanda risarcitoria

Il TAR Veneto, nella stessa sentenza n. 1088 del 2013, allegata al post che precede,  dopo aver ritenuto illegittimo il diniego di un impianto di biogas, precisa che ciò non atribuisce automaticamente all’interessato il diritto di ottenere il risarcimento del danno, perchè il rilascio dell’autorizzazione è un atto discrezionale, cosicchè bisogna valutare se alla fine l’autorizzazione doveva essere  rilasciata oppure no.

Scrive il TAR: “5. Ciò premesso, va ora osservato che, trattandosi di un interesse legittimo pretensivo a fronte di un’attività tecnico-discerzionale della P.A., non vi può essere alcun automatismo tra la riconosciuta illegittimità dell’atto e l’accoglimento della domanda risarcitoria. Ed infatti, a fronte di poteri discrezionali la tutela risarcitoria per equivalente deve passare – se non attraverso la effettiva riedizione del potere stesso, e fatto salvo il successivo accoglimento della pretesa - attraverso un giudizio prognostico di carattere probabilistico da condursi secondo la regola civilistica del “più probabile che non”. Nel caso di specie, tuttavia, la ricorrente non ha più interesse alla riedizione del potere ed al rilascio dell’autorizzazione richiesta. Si tratta dunque di accertare, ex post, se gli elementi di fondatezza della pretesa erano tali da rendere, se non necessitato, quantomeno probabile il rilascio del provvedimento favorevole.

6. Tale giudizio, nel caso in esame, non può portare ad un esito positivo. Ed infatti, pur se il provvedimento di diniego dell’autorizzazione è stato motivato sulla base di presupposti erronei, quali l’aumento dell’inquinamento atmosferico, o comunque secondari e superabili, quali i profili viabilistici, ciononostante, residuerebbe una elevata discrezionalità amministrativa nella valutazione di diversi ed ulteriori elementi. Nel corso della conferenza di servizi sono infatti emerse varie e non  secondarie criticità derivanti dall’installazione dell’impianto di produzione di energia nelle vicinanze dell’ospedale di Trecenta, che avrebbero potuto assumere rilevanza nell’ambito di una valutazione più ampia e approfondita da effettuarsi da parte della Regione Veneto in sede di motivazione del provvedimento finale, e che comunque non potevano essere lasciate all’apprezzamento particolare di una singola amministrazione (la ULSS) non chiamata a rendere pareri in relazione ad interessi pubblici di cui non è titolare. Ad esempio, la criticità principale dell’installazione dell’impianto sembra risiedere infatti proprio nelle sua localizzazione nei pressi di un sito  sensibile. Ed anche dovendosi escludere la rilevanza della localizzazione sotto il peculiare profilo dell’inquinamento atmosferico, è peraltro emerso che l’attivazione dell’impianto di produzione di energia avrebbe comunque comportato un peggioramento della complessiva situazione ambientale – in termini di aumento di emissioni di rumori, odori, fumi, e d’ incremento del traffico di veicoli anche industriali – non pienamente tollerabile a causa della presenza dell’ospedale a 400 metri di distanza; considerata anche l’esistenza, nelle stesse vicinanze, di un analogo impianto di produzione di energia da fonti rinnovabili. Peraltro, tali inconvenienti non sarebbero stati compensati da una (inizialmente programmata) riduzione delle emissioni d’inquinanti nell’atmosfera, che si sarebbe potuta ottenere con la disattivazione della caldaia dell’ospedale alimentata da fonti fossili e la sua sostituzione con la fornitura di energia pulita da parte del nuovo impianto, essendo emerso che quest’ultima non sarebbe stata sufficiente per soddisfare  integralmente il fabbisogno energetico dell’ospedale.

7. Ne consegue, dunque, come dall’analisi della fattispecie, anche eliminando gli elementi costituenti i motivi di diniego posti alla base del provvedimento impugnato, permanga un’ estesa ed irriducibile area di discrezionalità tecnica, che impedisce di addivenire ad un sicuro accertamento della fondatezza della pretesa sostanziale all’installazione dell’impianto di produzione di energia in questione. Ovvero, in altre parole, non vi è certezza nemmeno probabilistica che ove il provvedimento finale fosse stato emesso emendato dai vizi motivazionali o procedurali denunciati dalla ricorrente, sarebbe stato favorevole per la stessa. Mancano, dunque, le condizioni imprescindibili per l’accoglimento della domanda di risarcimento dei danni derivanti dal provvedimento di diniego, la quale, pertanto, deve essere rigettata“.

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7 agosto 2013 06:00

Indennizzo una tantum avente carattere assistenziale previsto dalla legge 25 febbraio 1992, n. 210: la giurisdizione spetta al giudice amministrativo o ordinario?

Nel post pubblicato ieri davamo conto della sentenza della III sezione del TAR Veneto, n. 966 del 2013, estensore Mielli, depositata il 22 luglio 2013, che affermava la giurisdizione del giudice amministrativo.

Peraltro la sentenza della III sezione del TAR Veneto n. 983 del 2013, estensore Morgantini, depositata il 24 luglio 2013, afferma il contrario, vale a dire che la giurisdizione spetta al giudice ordinario, trattandosi di diritti soggettivi.

Evidentemente relatori differenti vedono la questione in modo diverso, ma si tratta pur sempre della stessa sezione dello stesso TAR, cosicchè ci si aspetterebbe un coordinamento.

sentenza TAR Veneto 983 del 2013

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6 agosto 2013 06:01

Indennizzo una tantum avente carattere assistenziale previsto dalla legge 25 febbraio 1992, n. 210: la giurisdizione spetta al giudice amministrativo

La legge  25 febbraio 1992, n. 210 disciplina  l’indennizzo a favore dei soggetti danneggiati da complicanze di tipo irreversibile, a causa di vaccinazioni obbligatorie, trasfusioni e somministrazione di emoderivati.

La sentenza del TAR Veneto n. 966 del 2013 si occupa di un caso nel quale il ricorrente  ha chiesto ed ottenuto l’indennizzo una tantum avente carattere assistenziale previsto dalla legge 25 febbraio 1992, n. 210.

Al fine di ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali subiti ha promosso una causa civile, tutt’ora pendente. Il ricorrente espone altresì di aver presentato il 19 luglio 2012 un’istanza finalizzata alla stipula di transazioni con i soggetti che hanno promosso azioni civili di risarcimento anteriormente al 1 gennaio 2008, previste dall’art. 33 della legge 29 novembre 2007, e dall’art. 2, commi 361 e 362 della legge 24 dicembre 2007, n. 244, in favore dei soggetti -OMISSISIl Ministero non ha dato alcun riscontro all’istanza. Con il ricorso in epigrafe il ricorrente chiede l’accertamento
dell’illegittimità dell’inerzia dell’amministrazione, la condanna alla stipula della transazione, che viene qualificata come esercizio di attività vincolata, la nomina di un commissario ad acta e la condanna al risarcimento dei danni subiti a causa del ritardo nella definizione del procedimento. Si è costituita in giudizio l’Amministrazione eccependo il difetto di giurisdizione.

Scrive il TAR: “Il Collegio, contrariamente a quanto eccepisce l’Amministrazione, ritiene che il ricorso non abbia ad oggetto solamente la  soddisfazione di una pretesa di natura meramente privatistica tale da escludere l’applicabilità della legge 7 agosto 1990 n. 241, e tale da escludere quindi la giurisdizione del giudice amministrativo. Infatti, come è già stato precisato in giurisprudenza (cfr. Tar Puglia, Lecce, Sez. I, 24 febbraio 2011, n. 380; Consiglio di Stato, Sez. III, 24 novembre 2011, n. 6244; Tar Lazio, Roma, Sez. III quater, 17 febbraio 2012, n. 1682), la normativa legislativa e regolamentare che disciplina la fattispecie, ha una struttura non compatibile con una ricostruzione in termini di pura attività privatistica, atteso che è intervenuto un decreto attuativo ministeriale che regolamenta il potere di transazione, facendo risaltare profili attratti alla sfera pubblicistica, esistono dei criteri di  priorità nella stipulazione delle transazioni fondata su elementi obiettivi e, a parità di gravità dell’infermità, la preferenza è accordata ai soggetti in condizioni di disagio economico accertate mediante l’utilizzo dell’indicatore della situazione economica equivalente (ISEE), previsione quest’ultima non compatibile con una ricostruzione della fattispecie in termini privatistici di  estrinsecazione del principio di libertà contrattuale. Una tale procedimentalizzazione del potere (ulteriormente confermata dal decreto ministeriale 28 aprile 2009 n. 132 del Ministero del lavoro, della salute e delle politiche sociali, e dal decreto ministeriale 4 maggio 2012, che hanno determinato le modalità attuative per la stipulazione degli atti di transazione con l’individuazione dei presupposti per la stipulazione e dei criteri di valutazione delle diverse fattispecie, la previsione di termini per la presentazione delle domande, della modulistica e della documentazione da allegarsi, ed un’articolata disciplina del procedimento amministrativo, degli importi e di ogni altra condizione e modalità riguardante i moduli transattivi per ciascuna classe di danneggiati) comporta l’applicabilità dei principi propri dell’attività pubblicistica e delle previsioni in materia di termine del
procedimento e silenzio previste dalla legge 7 agosto 1990, n. 241 e dal codice del processo amministrativo. Il termine del procedimento, in mancanza di un’espressa previsione, va individuato in quello residuale e sussidiario previsto dall’art. 2 della legge 7 agosto 1990, n. 241, decorrenti dalla presentazione dell’istanza del 3 dicembre 2012, e ormai è ampiamente scaduto. Tutto ciò implica che debba trovare accoglimento la pretesa dei
ricorrenti volta ad ottenere un provvedimento espresso che concluda la fase procedimentale, di carattere pubblicistico, che, come avviene in
tutte le procedure ad evidenza pubblica, precede la stipula della transazione, che è l’esito dovuto che consegue all’accertamento dei requisiti normativamente predeterminati, assegnando a tal fine un termine di centottanta giorni dalla comunicazione o dalla notificazione della presente sentenza (l’ampiezza del termine si giustifica in ragione dell’alto numero di domande presentate, stimate dall’amministrazione in circa settemila), con l’avvertimento che l’inutile decorso del termine potrà comportare, su istanza di parte, ai sensi dell’art. 117, comma 3, cod proc. amm., la nomina di un commissario ad acta“.

sentenza TAR Veneto 966 del 2013

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24 giugno 2013 06:02

Risarcimento danni da ritardato rilascio di permesso di costruire: il TAR applica il valore locatizio dell’area, pari al 5% del valore venale del bene

Della questione si occupa la sentenza del TAR Veneto n. 820 del 2013.

Scrive il TAR: “Va quindi, innanzi tutto, rilevato che nella fattispecie sussistono i presupposti richiesti dall’art. 2043 c.c. per il riconoscimento del danno extracontrattuale, nella fattispecie identificabile come danno da ritardo, e precisamente : l’atto amministrativo illegittimo, per le ragioni sopra evidenziate; il necessario coefficiente psicologico da individuarsi – nella specie – nella colpa desumibile anche dall’atteggiamento tenuto nel corso della vicenda dall’amministrazione, anche a seguito delle determinazioni del Tribunale e degli orientamenti forniti dall’amministrazione regionale; il nesso causale; il danno. E’ quindi possibile ritenere che, riconoscendo alla ricorrente il diritto al risarcimento del pregiudizio patito per effetto dell’iniziale silenzio e del successivo provvedimento di diniego illegittimamente espresso dall’amministrazione per le ragioni sopra evidenziate, il periodo temporale di riferimento ai fini del calcolo del dovuto possa farsi risalire al mese di gennaio 2011, epoca in cui l’amministrazione poteva determinarsi, ottenute tutte le integrazioni documentali richieste ed alla luce del parere favorevole espresso dalla ULS sotto il profilo igienico, e concludersi nel mese di luglio con riferimento alla concessione della tutela cautelare da parte del Tribunale, giusta ordinanza n. 671/11, che ha disposto il rilascio del permesso di costruire. A tale riguardo va, peraltro, sottolineato come la mancata immediata realizzazione dell’intervento da parte della società non sia di per sé elemento capace di incidere sulla fondatezza della pretesa risarcitoria, in quanto è evidente che il titolo così conseguito risultava comunque subordinato all’esito del giudizio di merito e quindi ben possono essere comprese le ragioni per le quali la ricorrente non si è immediatamente avviata alla realizzazione del parcheggio, senza contare le parallele vicende relative all’autorizzazione dell’impianto di trattamento dei rifiuti. Per quanto riguarda la quantificazione della somma che l’amministrazione dovrà corrispondere alla ricorrente a titolo di risarcimento, ritiene il Collegio che, alla luce dello svolgimento dell’intera vicenda e tenuto conto anche delle iniziali giustificate perplessità insorte in capo all’amministrazione circa l’utilizzo della nuova area a parcheggio, possa essere utilizzato il criterio di computo (peraltro condiviso in parte da entrambe le difese) che fa riferimento al valore locatizio dell’area, pari al 5% del valore venale del bene. Per quanto riguarda poi il valore del terreno, ritiene il Collegio di poter seguire l’indicazione data dall’amministrazione comunale, non avendo parte istante comprovato in atti il diverso valore proposto (150 euro al mq contro 64 euro al mq indicati dal Comune). Di conseguenza, così come peraltro rappresentato dalla ricorrente nella memoria del 18 aprile 2013, la somma da corrispondere sarà così calcolata: euro 64 (valore al mq del fondo) x 1580 mq (estensione del fondo) = 101120 x 5% (valore locatizio al mq) = 5056 annui : 12 mesi = € 412,3 mensili, che quindi, per le considerazioni sopra espresse, vanno computati per sei mesi per un totale finale di € 2.528, 00, oltre alla rivalutazione monetaria su tale somma dal dì del dovuto fino alla data di deposito della presente sentenza, nonchè gli interessi legali, questi ultimi computati a decorrere dalla data di deposito della presente decisione e fino all’effettivo soddisfo. In accoglimento, pertanto, anche dell’istanza risarcitoria, parte soccombente dovrà corrispondere alla ricorrente, oltre alle spese di lite comprensive della refusione del contributo unificato nella misura di legge, anche la somma, così come sopra quantificata, a titolo di risarcimento danni“.

sentenza TAR veneto 820 del 2013

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